Le indagini compiute nel 2006 dalla Soprintendenza Archeologia dell’Emilia-Romagna in Via Caselle a San Lazzaro di Savena hanno gettato nuova luce sulla presenza romana in questo territorio rurale a cavallo fra l'agro bononiense e quello claternate, attraversato da un'arteria - la via Emilia - già pulsante di traffici sin dall'antichità.
L’esplorazione di un pozzo per la captazione delle acque effettuata dai sub del Gruppo Ravennate Archeologico ha consentito il recupero di numerosi reperti vascolari, metallici e lignei che hanno aggiunto un inaspettato tassello storico al primo nucleo abitativo della città.
La scoperta e lo scavo
Segnalato nel 2006 dall'ispettore onorario Paolo Calligola nel corso di un sopralluogo in via Caselle, non lontano dall’incrocio con la via Emilia, all’interno di un cantiere per la costruzione di un nuovo complesso residenziale e commerciale, il pozzo è stato messo in luce da un consistente sbancamento che ne aveva già asportata la parte superiore.
I lavori furono interrotti per consentirne l’indagine archeologica mediante scavo stratigrafico. L’esplorazione ha avuto inizio a 3,80 metri di profondità dall’attuale piano di campagna ed è stata realizzata con il coinvolgimento del Gruppo Ravennate Archeologico, specializzato in scavi subacquei di pozzi, fogne e gallerie.
La scelta di operare con tecniche di svuotamento mediante scavo subacqueo era motivata dalla volontà di non compromettere in alcun modo il manufatto, che si approfondiva per ulteriori 10 metri. Ciò ha permesso di portarne alla luce la struttura e i materiali depositati sul fondo, caduti durante le ultime fasi di utilizzo o gettati prima dell'abbandono definitivo.
Il pozzo faceva probabilmente parte di un insediamento di cui al momento della scoperta non restavano più evidenze strutturali. Tuttavia, tracce del suolo di età romana si vedevano a soli 80 cm di profondità dal suolo attuale. È a questa quota che il pozzo doveva essere stato costruito e avere dunque una profondità totale di circa 13 metri.
Dopo essere stata colmata per ragioni di sicurezza, la testimonianza è conservata in loco nei sotterranei del nuovo edificio, protetta da una struttura di cemento armato che ne garantisce la preservazione.
A sinistra come si presentava il pozzo al momento dell’affioramento; a destra durante l'intervento di svuotamento a cura del GRA Gruppo Ravennate Archeologico
La struttura e la stratigrafia
Il rivestimento del pozzo è di tipo polimaterico: mentre la parte inferiore utilizza mattoni ad arco di cerchio quella superiore è realizzata con pietre, ciottoli e frammenti laterizi di reimpiego. Questa duplice tecnica edilizia aveva un doppio fine: captare le acque di falda, nella parte inferiore, e raccogliere quelle di superficie, filtrate attraverso le fessurazioni della porzione sommitale. Oltre ad assolvere funzione di rafforzamento, il riempimento esterno di limo argilloso rappresentava un elemento ulteriore che facilitava la raccolta e il filtraggio delle acque superficiali.
La comparazione con strutture analoghe autorizza a ipotizzare la costruzione del pozzo non prima del I sec. a.C., quando nel Bolognese inizia la realizzazione di strutture solide e l’uso materiali durevoli nel tempo.
La fine del pozzo
Il pozzo cade in disuso verso la fine del II secolo d.C. o agli inizi di quello successivo, come indicano i materiali provenienti dal riempimento sommitale formatosi durante il periodo di abbandono della struttura.
In questo momento l’economica agricola, fondata sul frazionamento della proprietà e la sostanziale autosufficienza, subisce una battuta d’arresto. La concorrenza commerciale delle province diventa sempre più difficile da contrastare e le conseguenze della crisi economica si manifestano in maniera concreta anche nel territorio bolognese. Alcune fattorie vengono abbandonate mentre in altre l’agricoltura e le attività collaterali, non più competitive, cedono il passo alla produzione artigianale specializzata.
Così ad esempio, nel II secolo d.C. inoltrato, nel complesso rustico di Calderara di Reno assistiamo a una trasformazione delle attività da agricole a manufatturiere (lavorazione dei metalli e del vetro) e a Villanova di Castenaso una piccola fattoria subisce una radicale ristrutturazione, con ridimensionamento degli spazi abitativi a vantaggio delle strutture produttive. A San Pietro in Casale un piccolo edificio rustico viene completamente distrutto da una rotta del Reno nel 200 d.C. e da quel momento definitivamente abbandonato.
In età romana i pozzi erano periodicamente svuotati per garantirne il pieno esercizio; pertanto i materiali rinvenuti sul fondo, caduti o gettati che siano, risalgono al momento in cui la struttura in progressivo abbandono vide cessare l’ordinaria manutenzione. Non a caso, lo scavo archeologico ha rivelato che i sedimenti più profondi si sono formati in ambiente sommerso, quando il pozzo veniva ancora utilizzato. Il riempimento soprastante si è invece formato quando l’acqua non veniva più prelevata. La caduta o il butto delle macerie che costituiscono il deposito più superficiale documenta, infine, il definitivo abbandono del pozzo e il trascorrere del tempo.
I materiali rinvenuti
L’esame di quanto contenuto negli strati inferiori del pozzo -formatisi nell’ultimo periodo del suo utilizzo- si è rivelato particolarmente interessante.
Tra i reperti recuperati spiccano un dupondio di Marco Aurelio coniato nel 170-171 d.C., una lucerna con marchio VIBIANI e alcuni bicchieri tipo via Andrea Costa. Seguono, con un alto numero di attestazioni, le brocche e le brocchette tra cui un esemplare con marchio RETINIA; molto interessante anche una bottiglia con l’iscrizione graffita DOMV CONFUSI CAM e numerose olle biansate. Tra le ceramiche di uso comune, da mensa e da dispensa, sono presenti frammenti di bottiglie, olle, ciotole, coperchi e recipienti per la cottura degli alimenti come pentole e tegami.
Diversi sono i reperti lapidei, vitrei, di osso lavorato, legno, tessuto e metallo: un mortaio in pietra di Aurisina, uno spillone in osso a testa sferica, una fusaiola e di un piattino in legno d’acero, due tappi in legno di olmo, numerose assi e altri elementi da costruzione.
Dupondio di bronzo, con al dritto la testa dell’imperatore Marco Aurelio e al rovescio una Vittoria alata.
La moneta, risalente al 170-171 d.C., fu successivamente tosata -ovvero privata della sua parte esterna- allo scopo di diminuirne il peso e dunque il valore, pratica che ne suggerisce un uso prolungato.
A sinistra: lucerna con marchio VIBIANI, una delle più note officine produttrici dell'Italia centro-settentrionale tra la fine del I e gli inizi del III secolo d.C.; a destra: olla biansata
Bottiglia che conserva tracce di un rivestimento rosso e presenta sul corpo un’iscrizione graffita, dove si legge DOMV CONFUSI CAM, ovvero «a casa versai CAM»: CONFUSI può essere letto come perfetto dell’indicativo attivo del verbo confundo, CAM potrebbe invece riferirsi al noto vino campanus. L’iscrizione continua poi con alcune lettere apparentemente cancellate da linee sovraincise che ne rendono molto difficile la lettura. L’ipotesi -destinata a restare tale- è che vi sia iscritto un nomen completo di prenomen e cognomen P [ ] NELIO LEONE. Quando il recipiente era in uso, l’iscrizione doveva essere più evidente: il graffito faceva risaltare l’arancio dell’impasto sulla superficie rossa verniciata.
Si sono inoltre conservati pressoché intatti una casseruola di bronzo (probabilmente parte del servizio da tavola) e un secchio di lamina. Fra gli oggetti più significativi segnaliamo infine un pendaglio di lamina bronzea traforata che presentava al centro lo spazio per un elemento decorativo (gemma o pasta vitrea) di cui però rimane solo la traccia dell’attacco. Si tratta di un oggetto ornamentale, di cronologia incerta, forse intenzionalmente deposto sul fondo al momento della costruzione del pozzo, come del resto il recipiente dentro cui era contenuto.
Il pozzo fu abbandonato sul finire del II secolo d.C. o forse agli inizi del successivo quando gli effetti della crisi economica si manifestarono in maniera concreta su tutto il territorio bolognese.
Pendaglio rinvenuto nel fondo interno di un vaso spezzato in due parti, incastrato intenzionalmente nella base sabbiosa del pozzo. È di lamina bronzea traforata e presenta al centro lo spazio per un elemento decorativo (gemma o pasta vitrea), di cui però rimane solo la traccia dell’attacco. Si tratta di un oggetto ornamentale, di cronologia incerta, forse intenzionalmente deposto sul fondo del pozzo, come del resto il recipiente che lo conteneva.
Casseruola di pertinenza del servizio da tavola. Appartiene a un tipo largamente diffuso a Pompei al momento dell’eruzione (79 d.C.) e per questo motivo potrebbe essere un po’ più antica rispetto al resto del materiale che si colloca invece in una fase avanzata del II secolo d.C.
La portata di questa scoperta, in grado di offrire un importante contributo sul coevo popolamento dell’area orientale bolognese e di rafforzare l’identità storica dello stesso territorio, è stata immediatamente riconosciuta. È per questo che l’Amministrazione comunale, d'intesa con la Soprintendenza Archeologia dell’Emilia-Romagna, ha ritenuto necessario procedere alla realizzazione di una serie di interventi conservativi, in forma di cantiere-scuola, sostenuti finanziariamente dall’Istituto Beni Culturali della Regione Emilia-Romagna ai sensi della LR. 18/2000.
Al termine delle azioni propedeutiche alla conservazione, e sempre sotto il coordinamento della Soprintendenza, i materiali archeologici sono stati argomento di studio nell’ambito della tesi di laurea sostenuta da Paola Cossentino presso il dipartimento di Archeologia di Bologna (a.a. 2011-2012) con la correlazione dell'archeologa della Soprintendenza Paola Desantis.
Come ulteriore passo per la completa valorizzazione di questa testimonianza si è poi sviluppato un progetto in due fasi.
La prima fase è costituita dalla mostra-evento "AQVA FONS VITAE. Identità, storia e memoria di una comunità", in programma dal 3 Aprile al 29 Maggio 2016 presso la Sala di Città del Municipio di S. Lazzaro di Savena. Promossa dal Comune di San Lazzaro e dalla Soprintendenza Archeologia dell'Emilia-Romagna, l'esposizione utilizza il materiale rinvenuto nel pozzo come punto di partenza per affrontare il tema dello sfruttamento delle risorse idriche e della gestione delle acque dall’epoca romana alla modernità.
Il secondo step, invece, ha come obiettivo la musealizzazione permanente, tra la fine 2016 e i primi mesi 2017, del contesto archeologico di Via Caselle presso il Palazzo Comunale. L’eccellenza del contesto e la sua stretta contiguità spaziale con il Municipio inducono a identificare spontaneamente la residenza comunale come luogo simbolico, non solo dell’origine della città di S. Lazzaro e del suo primo nucleo abitato, ma anche come sede naturale ed evocativa di una esposizione permanente, la quale potrà integrare i valori storico-architettonici dell’edificio sorto nel Medio Evo e al tempo stesso aprire, in un perfetto continuum spazio-temporale, una 'porta' nel tempo.
EVENTI CORRELATI
3 aprile - 29 maggio 2016: Mostra "AQVA FONS VITAE. Identità, storia e memoria di una comunità"
Informazioni scientifiche: Gabriele Nenzioni (Direttore Museo della Preistoria "Luigi Donini" di S. Lazzaro di Savena), Anna Bondini e Paola Desantis (Funzionarie archeologhe Soprintendenza Archeologia E-R)
Immagini: Archivio SAR-ERO
Editing: Carla Conti (Ufficio stampa SAR-ERO)
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